Dopo il terremoto e lo tsunami giapponese, una somma di eventi veramente difficile da prevedere nella loro tragica portata, i paesi si interrogano sul peso da dover dare a questi episodi catastrofici scarsamente probabili, ma portatori di conseguenze disastrose quiando si verificano.
Nature dedica un bel resoconto a uno dei punti caldi del pianeta, e del nostro paese, in questo senso: il Vesuvio. Nonostante oggi non sia in attività, da una ricostruzione sulla peggiore delle ipotesi di un'eruzione pliniana del Vesuvio si avrebbe prima un’esplosione con una colonna di ceneri e lapilli che raggiungerebbero i 40 Km di altezza nella stratosfera. A questa fase succederebbe la pioggia di lapilli e detriti, con distruzione di case, strade e mezzi di trasporto. Il peggio arriverebbe però solo dopo: ceneri, pomici e gas scenderebbero lungo le pendici del vulcano ricoprendo tutto, come accadde nel 79 A.C. a Pompei ed Ercolano.
Proprio dal racconto scritto dell’eruzione del 79 A.C. da Plinio il Giovane questo tipo di eruzione viene chiamata pliniana. La natura esplosiva di questo tipo di eruzioni dipende dall’alta viscosità del magma contenuto nel vulcano che impedisce la fuoriuscita dei gas. Così facendo, questi ultimi si accumulano e si crea una vera e propria cavità gassosa pronta ad esplodere.
Con la piccola eruzione del Vesuvio avvenuta nel 1944 (foto sotto) il magma si è spostato più in superficie, a 3 Km dalla sommità. Se per alcuni ricercatori questo è indice di preoccupazione, per altri, come Bruno Scaillet dell’Università di Orleans in Francia, ciò ha diminuito la viscosità del magma, rendendo meno pericolose le prossime eventuali eruzioni.
Non sapendo se questo dato basterà per il futuro a scongiurare una catastrofe, Peter Baxter, esperto in piani di emergenza dell’Università di Cambridge, ha stilato un modello di previsione sul tipo di eruzione che ci si potrebbe aspettare se il Vesuvio riprendesse la sua attività: abbiamo un 70% di probabilità che si tratti di un’eruzione esplosiva, con un 4% di possibilità che si tratti della forma catastrofica pliniana.
A questo punto ci si interroga sull’efficacia dei piani di emergenza nazionali, costantemente aggiornati dopo il 2003. Si tratterebbe di un investimento in ricerca e logistica da soppesare con cautela perché significherebbe decidere se ampliare la zona considerata ad alto rischio, valutare le correnti ventose che trasporterebbero le ceneri in quota, e non da ultimo prevedere un’evacuazione di 3 milioni di abitanti.