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Fulmini che misurano colonne eruttive

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Ricordate il caos dei voli ad aprile, durante l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull? La causa della paralisi era la gigantesca nube di ceneri, si parla di centinaia di migliaia di tonnellate, sollevata alla ripresa dell’attività del vulcano dopo 187 anni di apparente tranquillità. Un recente studio apparso sulla rivista Enviromental Research Letters mostra in che modo fulmini e colonne di ceneri vulcani sono collegati e suggerisce che questa relazione possa fornire ulteriori elementi per predire i movimenti delle ceneri. Un elemento che ha importanza non solo scientifica, ma anche di ordine pubblico: nell’aprile scorso le persone evacuate a causa delle ceneri, nella poco popolosa Islanda, sono state 1.300 e i voli cancellati oltre 30.000.

Eyjafjallajökull (foto: 惟①刻¾, Licenza Creative Commons 2.0)

Il gruppo di ricercatori inglesi e islandesi che ha condotto lo studio ha scoperto che durante i periodi di attività vulcanica intensa, le colonne di ceneri avevano una carica elettrica sufficiente a generare fulmini. La frequenza dei fulmini e l’altezza della colonna, secondo quanto emerso dalle misurazioni, stanno in una relazione diretta. Abbiamo approfondito l’argomento con Micol Todesco, vulcanologa dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), sezione di Bologna.

Che informazioni in più può dare questo nuovo studio sul comportamento delle colonne di ceneri vulcaniche?

Gli autori della ricerca hanno individuato una relazione lineare fra il numero di fulmini registrato in un determinato arco di tempo (nell’articolo si parla di un’ora) e l’altezza raggiunta dalla colonna eruttiva. Questa è un’informazione importante, perché l’altezza della colonna determina l’estensione dell’area interessata dalla caduta di ceneri. Inoltre, siccome la direzione dei venti dominanti può cambiare con la quota, l’altezza della colonna eruttiva può anche determinare quali aree vengono investite dal fenomeno.

Perché è importante prevedere il movimento delle ceneri?

La ricaduta di ceneri può creare gravi danni, sia a breve che a lungo termine. Come abbiamo visto con l’eruzione di Eyjafjallajökull della scorsa primavera, la presenza di ceneri nell’aria può rendere impossibile il volo. Nel caso di eruzioni importanti, e in prossimità del vulcano che erutta, la ricaduta di ceneri può portare al collasso dei tetti degli edifici, essere causa di problemi respiratori per le persone, ridurre la visibilità e l’agibilità delle strade, senza contare l’impatto sulle colture. Sapere quali aree verranno investite dal fenomeno è importante per poter predisporre le necessarie misure di mitigazione.

Da un punto di vista della ricerca, quali sono le novità più interessanti che emergono da questo studio?

Questo metodo è stato derivato da quello utilizzato per lo studio dei temporali e si aggiunge a quelli tradizionalmente adottati per stimare l’altezza della colonna eruttiva. Ha il vantaggio di consentire un monitoraggio a distanza delle colonne eruttive, anche in condizioni di visibilità scarsa o assente. Inoltre, lo studio dei fulmini osservati durante le eruzioni sembra poter fornire indicazioni utili anche su altre caratteristiche della colonna eruttiva, come la concentrazione di ceneri o la sua temperatura. È presto per dire se questa metodologia diventerà un nuovo standard del monitoraggio vulcanico. Sicuramente la contaminazione fra discipline differenti (in questo caso la meteorologia e la vulcanologia) è una pratica molto feconda e consente di osservare i fenomeni naturali da punti di vista insoliti. Non mi stupirei se ne derivassero risultati importanti.


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